È una tipica tradizione bolognese che, per smaltire le scorpacciate di panettoni e cotechini, durante le festività natalizie anche i meno avvezzi al mondo dell’arte si cimentino a fare due passi e raggiungere qualche museo o galleria cittadina per visitare un certo numero di mostre, più o meno importanti, più o meno note, più o meno significative.
Abbiamo deciso di farlo anche noi e ci siamo recati a un’ interessante mostra dedicata al pittore tardo-manierista Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556-1629), uno dei maestri della Controriforma cattolica petroniana che in questa esposizione allestita in un’ala distinta del Museo Civico Medievale, è stato definito come il “pittore del silenzio” (epiteto già attribuito al grande artista internazionale novecentesco, Giorgio Morandi, anch’egli rigorosamente bolognese) e messo a confronto con la dinamica realista della pittura di genere di altri grandi maestri felsinei a lui contemporanei del calibro dei Carracci.
Uno splendido contesto storico quello del museo medievale in cui si possono ammirare antiche armature, pregiati codici miniati, sculture e gioielli preziosi provenienti da nobili casate trecentesche come quella dei Bentivoglio che dominarono il capoluogo tra il XV e il XVI secolo, oltre ad una statua trecentesca del famigerato papa Bonifacio VIII a figura intera, in rame dorato su struttura in legno, un’opera dell’artista Manno Bandini da Siena, la quale nonostante l’ età assai longeva, pare contemporanea, tanto da lasciar stupiti gli occhi di coloro che ne ammirano lo stile lineare, sintetico ed elegantissimo.
In un tale scenario si è spinti a valorizzare ulteriormente anche l’allestimento sul Cesi e le opere ad esso correlate, che presentano nomi come Ludovico e Annibale Carracci o l’espressivo busto in bronzo di papa Gregorio XIII (sì, proprio colui che istituì il calendario solare adottato da quasi tutti i paesi del mondo: egli lo introdusse nel 1582 a sostituzione di quello giuliano, che risaliva ancora all’epoca degli antichi romani). Il papa stesso era bolognese, proveniente dalla nobile famiglia Boncompagni e governò in un periodo di fiorente attività per il Cesi oltre che per l’Accademia degli Incamminati carraccesca.
Tali artisti operarono in un’epoca in cui la Controriforma: richiedeva opere religiose che rispondessero alle esigenze di devozione, dunque l’arte mirava a rendere tangibile il sacro suscitando l’emozione in quanto elemento principale e tipico dello stile barocco.
La mostra dal titolo “Bartolomeo Cesi. Pittura del silenzio nell’età dei Carracci (1556-1629)” è visitabile fino al 22 febbraio 2026 e mira ad evidenziare come questo stile barocco si distacchi in modo sostanziale dalla volontà di realismo narrativo, tipico dell’ambito carraccesco, puntando invece alla sublimazione spirituale che il Cesi pare volesse imprimere nei propri lavori per la committenza ecclesiastica.
Cesi, operò in molte occasioni per gli ordini religiosi, come quelli dei monaci certosini e benedettini, influenzando con il suo stile vari artisti della nuova generazione, tra cui il notissimo pittore bolognese Guido Reni ma, del resto, la sua stessa formazione ebbe una connotazione manierista, sotto la guida del pittore Giovanni Francesco Bezzi, detto “il Nosadella” forse perché proveniente dall’antichissima via Nosadella, così chiamata per essere stata costellata, in tempi immemorabili, di alberi di noce.
Tutte le notizie storiche accreditate sulla vita del Cesi attingono al prezioso testo storico “Felsina Pittrice”(1) redatto dal nobile bolognese Carlo Cesare Malvasia, nel 1678, dal quale si evince che l’arte medesima dell’artista, venne influenzata dall’esigenza di trasmettere un linguaggio divulgativo promosso dal cardinale Gabriele Paleotti(2), inteso ad educare i devoti attraverso un genere di arte visiva pienamente limpido e privo di qualsiasi fraintendimento.
La pittura sobria del Cesi era adatta all’uopo proprio per le sue caratteristiche di umile spiritualità, cromie misurate ed armoniche tra loro, prive di qualunque effetto d’esuberanza ma che orientavano lo spettatore a tendere verso una meditazione interiorizzata.
Resta indubbio che B. Cesi fu un protagonista, sebbene totalmente autonomo, dello scenario artistico petroniano, non foss’altro per il fatto d’esser stato il maestro di pittori dello spessore di Alessandro Tiarini, ad esempio, oppure non foss’altro per le sue eccellenti collaborazioni con Ludovico Carracci nella realizzazione di prestigiose opere all’interno della Basilica di San Domenico, ancora, per il suo fondamentale contributo nella fondazione della gilda(3) dei pittori bolognesi, avvenuta nel 1599.
Dal 1620 fu anche nominato maestro del disegno all’Accademia degli Ardenti(4) nella città felsinea.
Tra le non numerose opere dell’artista esposte in mostra, è di particolare spicco una tela raffigurante San Benedetto, in primo piano mentre domina il paesaggio retrostante che ha come sfondo, il monastero norcino.
La figura del santo, nettamente delineata e illuminata da sobrie cromie, è la protagonista indiscussa dell’impianto scenico, nella sua piena austerità; lo sguardo rivolto verso il cielo testimonia il rapporto privilegiato dell’artista con le istituzioni religiose, in particolare con ambienti monastici sensibili a una pittura di raccoglimento e rigore morale.
Risulta invece di qualità inferiore, sia per lo stile esecutivo che per l’armonia cromatica oltre che per la minor carica emozionale trasmessa dai lineamenti dei personaggi protagonisti della scena, il dipinto intitolato “Orazione nell’orto”, esposto in mostra e appartenente ad una collezione privata: se confrontato con il medesimo soggetto dipinto all’artista e conservato nella Basilica di San Domenico, il primo appare assai meno preciso e stilisticamente meno riuscito, soprattutto nella raffigurazione del volto del Cristo che risulta maggiormente appiattito e dall’espressione poco rispondente alla emozionalità del protagonista verso la visione mistica; ciò appare in qualche misura discordante con l’intento da parte dell’artista di creare pathos emotivo nello spettatore
Un’ ultima considerazione critica la riserviamo ad un’opera in esposizione che suscita una certa curiosità: si tratta di una sanguigna(5) raffigurante due personaggi maschili in atteggiamento affettuoso, una sorta di approccio amoroso.
A nostro avviso tale opera possiede una caratteristica assai divergente dal misticismo devozionale tipicamente attribuibile al Cesi ma, contrariamente a quanto fin qui affermato, denota un realismo che si potrebbe definire persino ‘azzardato’ in un clima come quello della Controriforma in cui il pittore operò.
Tutto ciò ci conduce a una considerazione conclusiva: che in arte, oggi come ieri, vale un sacrosanto principio di libertà espressiva da parte degli artisti e un principio di libera interpretazione da parte dei fruitori; e finchè l’arte riuscirà a rimanere tale, potrà continuare a conservare il suo ruolo di bene irrinunciabile per la civiltà.
Anna Rita Delucca (5 gennaio 2026, Bologna)
Note
[1] Felsina pittrice. Vite de pittori bolognesi, di Carlo Cesare Malvasia (Bologna 1616-1693)
[2] Gabriele Paleotti (Bologna, 4 ottobre 1522 – Roma, 23 luglio 1597) fu cardinale e giurista italiano, arcivescovo di Bologna dal 1566, importante figura dell’epoca della Controriforma. Per incarico di papa Pio IV, nel 1562 partecipò al Concilio di Trento come consultore, canonista, rappresentante della Rota e redattore delle bozze dei decreti per la commissione
[3] Gilda: associazione per la tutela della corporazione dei pittori
[4] L’Accademia degli Ardenti fu il primo collegio d’educazione di Bologna, fondato da Camillo Paleotti, Tommaso Fava e Fabrizio Garzoni nel 1555; detta Accademia “del Porto” era dedicata prevalentemente agli studi classici.
[5] Sanguigna: disegno eseguito con pastelli o matite color rosso










